venerdì 20 aprile 2007

ITALIA 2007, UNA BABELE DI DIALETTI

Un argomento che spesso emerge a lezione e che in genere suscita molta curiosità è l'uso che si fa dei dialetti in Italia e la loro differenza con la lingua standard. Il Corriere della Sera ha appena pubblicato un articolo che riporta le conclusioni al riguardo di una recente indagine Istat. Se vi interessa, potete leggerlo cliccando qui.

5 commenti:

Anonimo ha detto...

ouh, signu sempri rafeli e bb’aiu scrittu na picca 'ndialettu accussì viditi cum'è diversu i l'italianu.
ghiu signu calabrisi e ghè veru ca si parlu ccu gun'i milanu i sta manera un capiscia mancu cumi mi chiamu...
...a virità ghè ca ognunu tena na lingua diversa in italia, però u guvernu i Roma mai ha vulutu ricanusci ca 'u calabrisi, 'u napulitanu o 'u romanu nun su i dialetti, ma i lingui nostri!

ciao, sono sempre raffaele, vi ho scritto un po' nel mio dialetto così potete rendervi conto di come sia diverso dall'italiano. Sono calabrese ed è vero che se parlassi in questo modo con un milanese non capirebbe nemmeno il mio nome... ...la verità è che ogni popolo ha una lingua diversa in italia, ma la politica centrale non ha mai voluto riconoscere che il calabrese, il napoletano, il romano non sono i nostri dialetti, ma le nostre lingue!

Infatti il problema vero nel nostro paese è che queste lingue “regionali” non sono riconosciute come tali, ma semplicemente come “dialetti” (il titolo stesso dell’articolo parla chiaro).

Innanzi tutto, una “lingua” in italiano è: un “modo di parlare peculiare di una comunità umana, appreso dagli individui (in condizioni normali) fin dai primi mesi di vita” nel quale “si riconosce la presenza di un vocabolario comune alla generalità dei parlanti della comunità” (Dizionario della lingua italiana De Mauro, http://www.demauroparavia.it/).

Io sono un calabrese momentaneamente residente a Napoli.
ho la fortuna di provenire da una terra che ancora resiste all'"invasione" italofona e di abitare in un grande centro del Sud ancora fortemente ancorato alle sue radici culturali.
qui tutti parlano il napoletano, una lingua a tutti gli effetti, con una propria morfologia, una propria sintassi, delle regole ben codificate, ricco di storia, di produzioni letterarie, teatrali, musicali e parlato quotidianamente da 2-3 milioni di persone.
Ufficialmente il napoletano è un dialetto.
Dove sta la differenza? sta nel fatto che questo bellissimo idioma non può essere insegnato a scuola, non può essere usato negli uffici, al lavoro e in ogni momento “formale” della vita pubblica. Chi lo parla (perché magari lo ha sempre fatto in famiglia, per strada, con gli amici, ecc.) rischia di essere definito cafone, zotico, villano dalla gente “civile”…
…parlare un dialetto (soprattutto se si tratta di uno del sud) si sta trasformando in un simbolo di “sottosviluppo”, quasi un qualcosa di cui vergognarsi…

Il risultato è che grazie a questa politica sempre meno persone parlano i loro “dialetti” (il calo rispetto anche solo a 30 anni fa è impressionante)e li insegnano ai propri figli, sempre meno gente si interessa alla riscoperta delle proprie radici, tutti tendono a "italianizzarsi" per non restare “indietro”, per uscire dall’arretratezza…

Questa Negazione di lingue, culture, identità, sta distruggendo una grande fetta dell’Italia… il bel paese perderà almeno metà del suo fascino una volta scomparse le sue mille lingue…

…che senso avrà tra 50 anni visitare "l’Italia dell’Italiano"?

sbrigatevi, prima che sia tardi!

Pilar Codonyer ha detto...

Grazie Raffaele del tuo lungo e interessante commento. Anche noi sappiamo bene cos'è la discriminazione linguistica e la perdita d'identità culturale...
Mi hanno detto che vieni dalle nostre parti la prossima settimana. Spero che ci conosceremo. Chissà, forse potresti parlare a lezione di queste ed altre cose!
Un saluto.

Giò ha detto...

Cari amici di Castellón, anche noi di Oblo' abbiamo scelto per casualità questo articolo del Corriere per il nostro post di oggi perché ci è sembrato davvero interessante e come dice anche Raffaele, fotografa un'Italia senza dubbio molto diversa da quella "unita" linguisticamente che si vuol normalmente "vendere". Io sono sarda, parlo un tipo di sardo (ce ne sono almeno 4 varietà principali!) e capisco bene le altre tre, male quello del sud... immaginatevi! Solo in Sardegna: 4 dialetti del sardo (riconosciuto come lingua più dagli studiosi all'estero dalla centralista Italia!) più il catalano che si parla nella cittadina di Aghero: è una vera Babele. Ma è la realtà, una bella realtà che arricchisce le persone. Conoscere diverse lingue aiuta il cervello ad apprenderne altre ed aiuta i sentimenti con la comprensione della diversità. Io sono insegnante di italiano e amo la mia lingua, ma amo molto anche l'altra mia lingua, il sardo, che mi lega alle mie origini ed esprime aspetti che nell'altra lingua (l'italiano) non sempre posso esprimere.

Anonimo ha detto...

Creo que todas las lenguas son importantes siempre y cuando se utilicen en un preciso contesto, solo pensando que seria del mundo sin el ingles (por ahora), bueno yo revindico el uso tanto del italiano como el español en el ambito de la solidaridad y la cooperacion.
Saluti
Alberto

Carolus ha detto...

Io vi mostro un po' del trentino:

"La nèif la Vèish à ja pasà
e la é demò al postèrn;
l'é aishuda ades ruà,
l'é demez el dur invèrn.

Ti es pa zis, o bèla aishuda,
da duchènc' tan spetèda,
duc contènc' che ti es vegnuda,
duc' ciantón che ti es ruèda.

I bie lèrjes verdèan
da fon de Val i vèn in sù;
ènce el renol shigolàn
a ne troèr l'é indò vegnù

per chierìr la vègia coa
che da utón no vèit pa più;
con festùch e fresha foa
el scomènza a concèr sù."

Tradotto all'italiano:

"La neve si è già ritirata oltre l'Avisio
ed ora è solamente a bacìo;
la primavera adesso è arrivata,
se n'è andato il duro inverno.

Tu sei proprio, o bella primavera,
da tutti quanti tanto attesa,
tutti contenti che tu sia venuta,
tutti cantiamo che tu sei arrivata.

Il verdeggiare dei bei larici
sale su dal fondo della valle;
anche la rondine fischiando
è tornata a trovarci

per cercare il vecchio nido
che non vedeva più dall'autunno;
con fili d'erba e foglia fresca
incomincia a rassettare."

Per combattere questo riduzionismo culturale prima di tutto dovremmo cominciare a riferirci alle "lingue italiane" invece di "dialetti italiani". L'uso del cosiddetto "dialetto" non ha nessun senso linguistico nell'Italia ma una chiara intenzione politica, che è quella a combattere. Ma ho dubbio che la società italiana sia consapevole di non sottovalutare quelle loro lingue materne a cui continuano a riferirsi come "dialetti".